La Chiesa di San Fermo e Rustico a Grignano
La chiesa di S. Fermo e Rustico è posta all’estremo limite della parrocchia di Marne in territorio di Grignano ed è una delle più antiche chiese prepositurali della zona. Il Ronchetti dice che il notaio Bergamino de Cazzuloni in data 4 luglio riporta una lettera del gennaio 1270, indirizzata da Ottone, Arcivescovo di Milano, a tre canonici di Terno; lettera a favore del chierico Gervasio di S. Gervasio, il quale aveva ottenuto di essere “eletto chierico della chiesa di S. Fermo di Bedesco della diocesi milanese, chiesa
antichissima posta nel comune di Grignano del nostro territorio, ma non aveva potuto conseguire il beneficio prebendale”. L’arcivescovo incaricava pertanto i suddetti canonici d’investirlo del beneficio appena fosse diventato vacante. “Quindi il suddetto Martino (uno dei tre canoni di Terno) colle solite forme dié a Gervasio l’investitura del Beneficio e prebenda di quella chiesa, vacante per la morte di Gualdrico prevosto della stessa chiesa, e gli assegno l’abitazione in cui il medesimo prevosto soggiornava e più sotto, in altro istrumento, si legge che nel palazzo vescovile di Bergamo, uniti D. Guasco, figlio di Ser Maifredo Passaggio, Detesalvo del sig. Alberico Broga, e Gervasio del Sig. Gualdrico, chierici di S. Gervasio, confratelli e beneficiati di S. Fermo di Bedesco a nome di essa chiesa ……. elessero Gervasio suddetto in prevosto di S. Fermo.”
Il parroco di Marne, don Giacomo Cornolti, il 28 ottobre 1958, nella relazione per la visita pastorale di Mons. Speranza, scriveva: “Nel codice diplomatico del Lupi e del Rochetti si legge che l’oratorio di S. fermo dall’anno 1000 al 1200 era parrocchia e ne individua diversi parroci e era anche Vicaria Foranea da cui dipendevano le parrocchie di Grignano S. Gervasio, Capriate e Brembate Inferiore ove eravi allora un convento di benedettine che ebbe lunghi contrasti con quel vicario di S. Fermo: la nomina poi di tali parroci rilevasi che spettava ai canonici di Terno. Quando poi abbia cessato di essere parrocchia e come sia diventata tale chiesa sussidiaria di Marne non è facile scoprirlo; e tanto più mi sorprende poiché questa chiesa, come le sopranominate, erano di pertinenza dell’antica diocesi di Milano, considerandosi allora il torrente Dordo il confine territoriale”.
Aggiunge poi questa interessante nota: “Vi è tuttora il vaso del battistero formato di pietra, sovrapposto ad una colonnetta con quattro facce umane a basso rilievo dei tempi vetusti: e questa ora serve di vaso per l’acqua benedetta”.
Dal fatto che la chiesa nella precedente giurisdizione era soggetta all’Arcivescovo di Milano, come fa fede l’atto sopra citato, e che si trovava al confine fra due stati e diocesi, si comprende come sia sorta nel secolo XVI una controversia circa l’appartenenza della chiesa alla diocesi di Bergamo oppure a quella di Milano. Controversia di cui si ha un’eco negli atti della visita di S. Carlo, dove sono riportati diversi interessanti documenti, dai quali risulta certamente che questa chiesa era sottoposta alla pieve di Terno e quindi alla diocesi di Bergamo.
Poco opportunamente forse nei primi anni del 1600 si ricavarono nel primo tratto di chiesa due stanze per il romito. Mons. Emo nella visita pastorale del 1613 ordinava perciò di innalzare “il muro della camera del romito fin sotto il tetto e turandosi l’ingresso che egli si ha nella chiesa per da di fuori ci entri fabricandosi l’ingresso nella casa sotto il portico”.
Al titolare S. Fermo, l’unico citato sin qui dai documenti, si unì S. Rustico probabilmente nel secolo XVII, quando si dipinse la pala dell’altare separando con un tavolato l’abside che servì per sacristia. L’attuale sacristia fu costruita nel 1702 come chiaramente risulta dalla visita pastorale di mons. Ruzini, il quale trovava la chiesa coperta metà da volta e metà da tetto con laterizi (fu infatti solo recentemente plafonata la parte con tetto a vista) ed aggiunge “extra ecclesiam turri adest in qua asseritur S. Firmo et Rusticum fuisse carcere detentos”.
“Questa tradizione – dice il Fornoni – se non altro è una conferma della strada per Marne unendo l’Insubria colla Venezia”.
Mons. Bernareggi, nello spedire al Parroco l’elenco suppletivo degli oggetti di arte sacra, enumerava le seguenti riparazioni da farsi a questa chiesa:
a) levare la tramezza che divide l’abside;
b) riaprire l’antica porta e chiudere la porta moderna verso il tiburio;
c) ritornare alla chiesa la parte tolta e data al romito;
d) riscoprire la facciata (BP. Marne ed Orio al Serio);
e) rimettere la copertura a capriate in vista.;
riparazioni fino ad oggi purtroppo non eseguite.
Fin qui le notizie tratte dallo “Inventario degli oggeti di arte sacra esistenti negli edifici di culto della Parrocchia di Marne” e dai minuziosi resoconti delle visite pastorali dei vescovi; don Angelo Rota, che con tanta passione ha curato e sta ancora curando il riscatto di questa mirabile chiesa dall’abbandono del tempo e il suo ritorno alla primitiva condizione, ha voluto aggiungere alcune note che, partendo proprio dalle ultime proposte, chiarissero le più recenti vicende che hanno direttamente interessato la nostra chiesa.
“I decreti di Mons. Bernareggi – dice don Rota – non furono eseguiti e, anche quando cadde parte del tetto della navata si
sollecitò invano il parroco di Marne. Si può capire il poco interesse per questa chiesa dove egli si reca a celebrare una volta all’anno nella festa del titolare; è troppo lontana, dista dalla parrocchiale di Marne due chilometri circa e per andarvi bisogna attraversare il paese di Grignano, passando proprio davanti alla chiesa parrocchiale e procedere ancora per mezzo chilometro.
L’esterno
Per chi giunge a S. Fermo, sia dalla parte di Madone che da Grignano, è facile scorgere subito la chiesa: essa si impone sulle attornianti case per la maestosa forza della sua “torre. Avvicinatisi quasi si rimane un poco delusi e sorpresi dall’evidente sproporzione che esiste fra questo elemento e la chiesa vera e propria, eccessivamente piccola se la si rapporta al tiburio. Essa, come tutte le chiese del suo tempo, è orientata sull’asse est-ovest; ha un’unica navata ed è monoabsidata. Sul lato nord è presente il piccolo locale rettangolare della sagrestia.
La facciata
Il fronte della chiesa è del tipo più semplice, a capanna e, a parte l’ingresso centrale, è privo di aperture. Un tempo, davanti alla facciata sorgeva un piccolo portico, del quale si notano tracce evidenti proprio sulla muratura della chiesa. Il portale centrale, arcuato e ben proporzionato alle dimensioni generali della chiesa, ha l’architrave che separa l’ingresso rettangolare da una lunetta cieca. I contorni, strombati, sono formati da due esili semicolonne accostate. Curiosa, sotto l’architrave, l’immagine stilizzata di una faccia scolpita.
La muratura, fino all’altezza dell’architrave, è costituita da blocchi squadrati di ceppo gentile di Brembate, disposti in corsi regolari; una fascia intermedia, comprendente la lunetta, è in mattoni a vista; la parte superiore in ciotoli.
L’abside
L’abside semicircolare poggia su una bassa zoccolatura sporgente in ciotoli di fiume. Esili lesene la suddividono in tre parti, al centro di ognuna delle quali si trova una monofora stretta e lunga. Il giro completo di archetti pensili con profili in cotto regge la semplice cornice. La muratura, formata da corsi regolari di ceppo gentile a blocchi, è intervallata in basso da una fascia orizzontale di muratura in ciotoli disposti a lisca di pesce. Il tetto a cono con manto di coppi non è l’originale: si vede, infatti, più in alto, nel tiburio, l’attaccatura originale del tetto che era ricoperto di lastre irregolari d’ardesia.
Il tiburio
Superato l’arco trionfale (d’eccezionale forza costruttiva), si entra nello spazio coperto dalla singolarissima tazza. E’ questo, senza dubbio, il luogo più interessante dell’intero edificio, dove i richiami ad architetture colte di luoghi anche lontani ci paiono evidenti. Il tiburio della chiesa è mascherato entro un’alta torre che si eleva parecchio oltre la copertura della navata. Gli spigoli della “torre”, formai da quattro contrafforti, sporgono dal filo dei fronti laterali e reggono le spinte della cupola interna. Antiche aperture si trovano sul fronte sud, tra cui un ingresso murato e una monofora, mentre aperture più recenti sono state ricavate nella parte alta della torre, oltre il tiburio. La muratura alla base, come pure nei contrafforti e negli spigoli, è formata da grossi blocchi di ceppo gentile disposti in corsi regolari. La parte alta e quella fra i contrafforti è formata da borlanti. Il tetto è a semplice padiglione coperto in coppi.
La sacrestia
Addossata al fronte nord in corrispondenza del tiburio c’è la piccola sacrestia nata nel XVIII secolo, ma ben proporzionata e armonicamente fusa con il carattere romanico della chiesa. A pianta rettangolare è coperta dal tetto a padiglione: la gronda è formata da leggere cornici aggettanti in cotto. La muratura è molto eterogenea, gli spigoli sono però in blocchi di ceppo.
La navata
Di perfetta forma rettangolare, la navata appare ben definita architettonicamente, sia in pianta, dove lo sporto dei pilastri ben
racchiude verso l’antipresbiterio, sia nel volume, dove la copertura a capanna ne dilata lo spazio. La controfacciata è caratterizzata dalla sola presenza dell’apertura arcuata del portale che lascia a vista, ai suoi lati, un brano di bella muratura in ceppo gentile di Brembate.
Le pareti laterali sono cosparse di bianche ed eccessive aperture: finestre, porte, nicchie, testimonianze evidenti del trascorrere dei secoli: le esigenze di ogni tempo hanno lasciato traccia su questi muri. Riconducibili alla primitiva costruzione sono la porta posta a metà circa della parete destra (ne costituiva l’ingresso laterale) ed una piccola monofora situata sulla parete nord. Le aperture vennero eseguite a partire dal secolo XVI (finestra sulla parete sud) e ne troviamo con caratteri settecenteschi (quella presso il pilastro nella parete settentrionale).
Le due nicchie presenti nella parte iniziale della navata sono la risultanza di recenti interventi di restauro; a sinistra è stata posta la pila dell’acqua santa che altro non è che l’antica vasca battesimale. Sull’altro lato, l’ex ingresso al romito è stato chiuso e la rientranza formatasi è usata come confessionale.
Di grande interesse la serie di due arcatelle che si dispongono all’estremo est della parete meridionale. Non chiara appare le loro funzione: forse vanno messe in relazione alla tomba ad arcosolio presente all’esterno in questo punto.
Le tre piccole colonne recano curiosi capitelli con richiami antropomorfi.